La nuova figura di architetto del futuro probabilmente non progetterà. Insegnerà a progettare, forse sarà un consulente. E' l'evoluzione che auspica Yona Friedman per una pianificazione e la realizzazione di spazi che appartengano di nuovo alla comunità che li vive: una riappropriazione dello spazio sociale che passa attraverso la formazione del singolo alla comunicazione delle sue esigenze per mezzo di un linguaggio specifico che è quello dell'architettura. Visione probabilmente drastica. Ma gli spunti di riflessione sono tanti. Il distacco dell'architettura dal quotidiano e dai piccoli problemi ha spesso portato alla costruzione di grandi sistemi urbani inefficaci. Friedman ci racconta di un futuro di povertà e di crisi economica con speranza: abbiamo tempo per conquistarci un sistema di vita e di spazi di nuovo comunitari, perchè vivere in una comunità (piccola - una sorta di villaggio) è più efficace dal punto di vista economico e del risparmio delle risorse energetiche. Il modello di riferimento sono le bidonville (laboratori del futuro) delle grandi metropoli sudamericane ed è in quella particolare condizione abitativa che si riconosce un sistema da poter recuperare per far fronte alla crisi di risorse a cui siamo inevitabilmente destinati. Il libro è la riflessione maturata in tantissimi anni di collaborazioni con l'Onu per lo sviluppo delle comunità del Terzo Mondo. Una sorta di manuale di sopravvivenza. Emerge anche il tema dell'agricoltura urbana, che non è affatto una novità nella "storia urbana" dell'uomo (...): le grandi città industriali del XIX secolo producevano ancora la verdura, la frutta o il latte di cui avevano bisogno. Ad Amsterdam, Londra, Berlino nella prima metà del XIX secolo l'ortocoltura è ancora un'attività urbana. Solo la produzione di cereali si fa in campagna. Nihil novum sub sole.... Ritorno al buon senso e all'essenziale, ovviamente senza rinunciare alla rete!
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domenica 17 aprile 2011
venerdì 15 aprile 2011
Crisi
Non ho mai pensato che il "mestiere" dell'architettura avesse a che fare con il produrre qualcosa di originale. L'idea di architetto creatore non mi convince granchè. Probabilmente è una posizione legata al mio percordo di studi, ma preferisco distinguere l'architettura dall'arte. Diciamo per usare l'eco di un'espressione già detta che per me l'architettura è un'arte sui generis. L'inizio del "bang" del progetto è dettato da una richiesta di qualcuno o di qualcosa e a questa richiesta si legano condizioni precise, fatti che impongono vincoli all'atto creativo. Ed è proprio in questi vincoli che l'attività dell'architetto trova i suoi migliori alleati. Paradossale a dirsi, ma la presenza del vincolo rappresenta per me la ragione di un progetto. Se si considera l'architettura come pratica di risoluzione di problemi di spazio legati ad una comunità è ovvio che il problema deve emergere dalla comunità stessa.
Spesso la visione degli architetti sugli spazi è slegata dalla percezione comune: la formazione, il gusto, il pensiero disciplinare filtra naturalmente lo sguardo sulle cose. Se questo punto di vista resta uno fra gli altri o al servizio di altri, il problema della sua specificità è relativo. Ma il rischio di manipolare gli spazi dando ad essi significati non condivisi dalle comunità che dovrebbero renderli vivi è sempre presente quando all'architetto viene data l'assoluta priorità di giudizio e interpretazione di un luogo. E' necessario ascoltare non solo il luogo, ma chi lo vive. Affiancare al punto di vista "alto" dell'architetto quello della persona comune. Perdendo la presunzione di anticipare usi, ma sapendo leggere fra le righe del quotidiano la possibilità di "aumentare" quelli che esistono già. Diffido di chi parla di rivoluzioni. Preferisco le evoluzioni. O al massimo le mutazioni.
Spesso la visione degli architetti sugli spazi è slegata dalla percezione comune: la formazione, il gusto, il pensiero disciplinare filtra naturalmente lo sguardo sulle cose. Se questo punto di vista resta uno fra gli altri o al servizio di altri, il problema della sua specificità è relativo. Ma il rischio di manipolare gli spazi dando ad essi significati non condivisi dalle comunità che dovrebbero renderli vivi è sempre presente quando all'architetto viene data l'assoluta priorità di giudizio e interpretazione di un luogo. E' necessario ascoltare non solo il luogo, ma chi lo vive. Affiancare al punto di vista "alto" dell'architetto quello della persona comune. Perdendo la presunzione di anticipare usi, ma sapendo leggere fra le righe del quotidiano la possibilità di "aumentare" quelli che esistono già. Diffido di chi parla di rivoluzioni. Preferisco le evoluzioni. O al massimo le mutazioni.
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