venerdì 15 aprile 2011

Crisi

Non ho mai pensato che il "mestiere" dell'architettura avesse a che fare con il produrre qualcosa di originale. L'idea di architetto creatore non mi convince granchè. Probabilmente è una posizione legata al mio percordo di studi, ma preferisco distinguere l'architettura dall'arte. Diciamo per usare l'eco di un'espressione già detta che per me l'architettura è un'arte sui generis. L'inizio del "bang" del progetto è dettato da una richiesta di qualcuno o di qualcosa e a questa richiesta si legano condizioni precise, fatti che impongono vincoli all'atto creativo. Ed è proprio in questi vincoli che l'attività dell'architetto trova i suoi migliori alleati. Paradossale a dirsi, ma la presenza del vincolo rappresenta per me la ragione di un progetto. Se si considera l'architettura come pratica di risoluzione di problemi di spazio legati ad una comunità è ovvio che il problema deve emergere dalla comunità stessa.
Spesso la visione degli architetti sugli spazi è slegata dalla percezione comune: la formazione, il gusto, il pensiero disciplinare filtra naturalmente lo sguardo sulle cose. Se questo punto di vista resta uno fra gli altri o al servizio di altri, il problema della sua specificità è relativo. Ma il rischio di manipolare gli spazi dando ad essi significati non condivisi dalle comunità che dovrebbero renderli vivi è sempre presente quando all'architetto viene data l'assoluta priorità di giudizio e interpretazione di un luogo. E' necessario ascoltare non solo il luogo, ma chi lo vive. Affiancare al punto di vista "alto" dell'architetto quello della persona comune. Perdendo la presunzione di anticipare usi, ma sapendo leggere fra le righe del quotidiano la possibilità di "aumentare" quelli che esistono già. Diffido di chi parla di rivoluzioni. Preferisco le evoluzioni. O al massimo le mutazioni.

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